CP2: PASSO SAN BOLDO

Breve, intenso e carico di storia. Stiamo parlando del Passo San Boldo, uno dei valichi più incredibili d’Italia, vero e proprio gioiello di ingegneria che mette in comunicazione la Valmareno, in provincia di Treviso, con i paesi di S. Antonio Tortal, Mel e Trichiana; al di là della montagna, in territorio bellunese. Un suggestivo susseguirsi di tornanti e gallerie, con pendenze massime del 12%, che definiscono il panorama della provinciale 635.

Per secoli contadini e pastori, mercanti e pellegrini, si sono arrampicati faticosamente tra gradini di travetti ricavati nella roccia, ultimo tratto dell’antica mulattiera che conduceva al San Boldo. I carri, trainati dal bestiame, potevano spingersi fino a Cargacar, poco dopo l’abitato; da qui si proseguiva a piedi o a dorso di mulo, facendo una sosta Al Cristo, prendendo fiato, recitando una preghiera.

Questa strada, che da Tovena conduce al passo, attraverso il cosiddetto canale della Scala, è stata fondamentale nel collegamento tra le due province. Ma il punto cruciale, quei 100 metri di dislivello finale, avevano da sempre rappresentato un ostacolo insormontabile per la sua costruzione; un muro di roccia, strapiombante su tre lati, nella stretta valle detritica del torrente Gravon.

Con l’invasione seguita alla rotta di Caporetto, il sogno venne realizzato dallo straniero, il genio militare austriaco. La soluzione adottata dal Tenente Colonnello Waldmann fu quella di ricavare 800 metri di sviluppo stradale scavando nella roccia sei tornanti in tunnel, con un raggio di 10 m, per consentire il passaggio dei grossi traini di artiglieria. In questo tratto lavorarono contemporaneamente fino a 1400 operai, 7000 in totale. Soldati austroungarici, prigionieri italiani, russi e bosniaci, ma anche popolazione locale equamente retribuita. Date le esigenze strategiche, e la necessità di una via diretta con la linea del Piave, l’intera opera venne eseguita tra la fine di gennaio del 1918 e la metà di giugno dello stesso anno. Fu qualcosa di memorabile.

Per gli amanti delle due ruote “La strada dei 100 giorni” rappresenta oggi un luogo di culto, una meta, un piccolo trofeo. Annualmente migliaia di cicloturisti si cimentano lungo i 18 tornanti che da Tovena accompagnano alla cima, anticipando l’ampia distesa che scende lieve verso Campedei. Nel 1966, alla quarantanovesima edizione del Giro d’Italia, il primo a scollinare qui fu Pietro Scandelli, poi vincitore di tappa. Allora in Maglia Rosa c’era Gianni Motta, trionfatore di quella edizione, tallonato da un Felice Gimondi poco più che esordiente, ma già vittorioso alle grandi classiche.

E arrivati in questo crocevia tra due mondi, quello delle colline del Prosecco e le vallate del Bellunese, è immancabile una sosta a La Muda, l’osteria più antica del Veneto, la cui licenza di hospitia risale al 1470. Pur avendo subìto diversi interventi nel corso della sua storia, mantiene ancora oggi elementi di grande pregio storico ed architettonico, come le tracce dell’antica rotonda cinquecentesta, il larin e l’arco in mattoni pieni del 1700, l’intonaco originale del XV secolo, ritrovato dopo la rimozione di circa 5 cm di malte, e una fondazione in pietra e calce risalente al tardo medioevo.

Da qui in poi è il momento di lasciarsi andare, di riprendere fiato. Ma poi via, di nuovo, a tentar di arrivare più in alto. A cercar di segnare una nuova tappa.